Saper affrontare le difficoltà

2014 luglio 3
by Abaldo

Le difficoltà e i conflitti fanno parte della vita. Si presentano come un problema dietro l’altro, alcuni dei quali posso essere risolti in maniera definitiva. Superare i problemi comporta un rafforzamento continuo dell’individuo in base al processo: difficoltà – trovata (soluzione dell’ingegno) – maturazione e quindi crescita. Le difficoltà sembrano così assumere una prospettiva quasi programmata e non dovrebbero mai essere intese come fini a sé stesse o cieche evoluzioni. Hanno proprio la finalità di rafforzare l’individuo. E’ sempre bene esserne consapevoli e premunirsi. D’altra parte nella vita di ognuno di noi sono sempre presenti le difficoltà, a scansione temporale differente e di diverso grado d’intensità. Siamo tutti dentro la “scuola della vita” e tanto vale studiare come risolvere i suoi problemi, perché tanto prima o poi (se non lo siamo già) ne verremo toccati. Per citarne alcuni, possiamo parlare di quelli relativi alla Salute, all’Amore, alla Sicurezza economica … Molto importanti per ottenere soddisfazione nella vita. Se siamo a scuola come sembra – e la vita ne è la maestra – sarà quindi meglio imparare, invece di sentirci vittime delle circostanze e del senso d’impotenza. Generare salute, amore nelle nostre relazioni e abbondanza nella nostra vita è possibile.
Alessandro Baldassarri, Psicologo

L’ansia

2014 luglio 3
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by Abaldo

L’ansia è sostanzialmente uno stato vitale negativo. Ci si entra quando perdiamo la centratura in noi stessi ed il contatto con la vita nel senso più piacevole del termine.
Il suo esatto contrario è vivere stando nel presente con la mente e affrontare in modo piacevole le situazioni che abbiamo pianificato per la giornata o per la settimana. Così deve essere!
L’ansia è fondamentalmente una paura e, come tale, va gestita e trasformata.
Le paure tengono attanagliata la mente in uno stato negativo facendo emergere l’ansia.
Dobbiamo accorgercene e modificare l’assetto mentale.
Dietro all’ansia vi possono essere ragioni differenti per ognuno di noi: paura di non essere all’altezza dei propri compiti; ritenersi non adeguati ad un cambiamento o al raggiungimento degli obbiettivi; timore di non corrispondere ai nostri veri desideri, pervasi dalla sensazione di sprecare tempo; preoccupazioni per gli altri, per i propri affetti, per la salute, per il denaro o per l’andamento del lavoro… e per tanti altri motivi.
Qualunque sia la ragione, è necessario rendersene conto cambiando atteggiamento, quindi puntare ad uno stato vitale sereno, tranquillo e piacevole.
Alessandro Baldassarri, Psicologo

Malattia e guarigione

2014 luglio 3
by Abaldo

Dal punto di vista mentale-psicologico, la malattia è sostanzialmente un “errore” che commettiamo verso noi stessi o verso gli altri. Spesso è frutto di un atteggiamento mentale sbagliato. E finchè si persevera nell’errore e non si impara a riconoscerlo, i problemi continueranno ad essere presenti nella nostra vita e ad ingrandirsi.
Facciamo un esempio: se abbiamo un disturbo alla tiroide probabilmente potremmo essere persone con delle difficoltà di comunicazione.
Potrebbe significare che non diciamo quello che vorremmo profondamente dire. Oppure, al contrario, parliamo troppo senza mai tacere, inondando l’altro con mille parole ripetitive che non servono. L’equilibrio è ciò che mantiene in salute e nel benessere.
Prendere farmaci serve per equilibrare i valori della tiroide, ed ad un certo livello può andare pure bene, ma probabilmente procedendo in tal modo si lascia inascoltato il motivo del nostro problema alla tiroide: un motivo Psicologico (di comunicazione).
Assistiamo quindi ad un caso di guarigione “parziale” e solo sul piano materiale. Manca cioè l’aspetto di consapevolezza di sé, che da solo risolverebbe il problema all’origine ( cambiando strategia di comunicazione o a volte semplicemente parlandone con l’interessato)
Dobbiamo quindi divenire consapevoli del fatto che, nonostante il problema sia tenuto compensato dalla terapia farmacologica, il problema psicologico (interiore, la comunicazione) che è della “persona” continuerà così ad andare avanti e a creargli nel futuro, ancor più, disagio nelle relazioni.
Alessandro Baldassarri, Psicologo

Il Senso di Colpa

2010 marzo 24
by admin

Il senso di colpa è un emozione generata da altri o per gl’altri in una dinamica negativa e mette in luce il fatto che siamo disconnessi da quello che veramente siamo.
Quando siamo connessi a noi stessi siamo pieni di vita, positivi, cerchiamo esperienze e conoscenza. Viviamo la vita con freschezza godendo di essa.
Il senso di colpa invece ci porta in una dinamica psicologica dove ci si sente sbagliati, in difetto, in errore rispetto a quello che pensiamo gli altri si attendono da noi o che dovremmo dare loro.
Il senso della colpa è legato ad una visione molto razionale della vita e non ha senso di esistere nonostante sia così diffuso.
Questo perché tutti all’interno dell’esperienza della vita stanno imparando il processo di vivere e se compiono azioni che per altri sono sbagliate loro non le farebbero se già sapessero che sono errori.
Il concetto funzionale è quello di prendersi le responsabilità di quello che facciamo, pensiamo e diciamo agl’altri, osservandone le conseguenze e prendendo atto di quello che succede.
Inoltre ci sono dati di fatto nelle relazioni e nella vita che non possiamo cambiare solo perché così vorremmo noi e ci sembrerebbe più giusto.
Mi riferisco al successo dei figli, alle malattie del partner, all’amore che ci viene dato dagl’altri ecc… queste sono cose che sono come sono e non ha senso sentirsi in colpa per tutto ciò.
Nella mia esperienza ho notato che le persone che nutrono questi sentimenti di colpa ( spesso legati ad un eccesso di responsabilità e perfezionismo) tendono loro stessi ad ammalarsi poiché sostengono un peso più grande di quello che possono portare onestamente; per cui di certo questo non aiuta ne loro ne chi vorrebbero eventualmente aiutare.
Le relazioni sono un gioco che comporta finemente un equilibrio che è da sviluppare ed integrare giorno dopo giorno assumendo consapevolezza del proprio posto nell’aiutare e stare in relazione con le altre persone.
Nelle relazioni c’è un amore immenso che si vuole esprimere ed essere donato all’altro e questo è naturale. La nostra essenza è quella dell’amore.
A volte però, per non dire spesso, facciamo prevalere la personalità o la mente con le nostre idee che sono diverse e ci separiamo dagl’altri.
Questo isolamento crea infelicità e conduce in un vicolo cieco.
Invece facciamo di tutto per rimanere in relazione col cuore e far prevalere lui che il legame vero con la vita, il tesoro di tutto.

Poesia sulla vita e sull'amore

2010 febbraio 8
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by admin

Dopo un po’ impari la sottile differenza
fra tenere una mano
e incatenare un’anima.

E impari che l’amore non è
appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci
non sono contratti
e i doni non sono promesse.

E cominci ad accettare le tue sconfitte
a testa alta e con gli occhi aperti
con la grazia di un adulto,
non con il dolore di un bambino.

E impari a costruire
le tue strade oggi
perché il terreno di domani
è troppo incerto per fare piani.

Dopo un po’ impari
che il sole scotta
se ne prendi troppo.

Perciò pianti il tuo giardino
e decori la tua anima,
invece di aspettare
che qualcuno ti porti i fiori.

E impari che puoi davvero sopportare
che sei davvero forte
e che vali davvero.

Veronica A. Shoffstall

Perle di Saggezza di Tiziano Terzani

2010 gennaio 21
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by admin

Il pescatore e il turista di Heinrich Boll

2010 gennaio 19
by admin

In un porto della costa occidentale europea un uomo vestito poveramente se ne sta sdraiato nella sua barca da pesca e sonnecchia.
Un turista vestito con eleganza sta appunto mettendo una nuova pellicola a colori nella sua macchina fotografica per fotografare quella scena idillica: cielo azzurro, mare verde con pacifiche, candide creste di spuma, barca nera, berretto da pescatore rosso. Clic. Ancora una volta: clic, e siccome non c’è due senza tre, ed è sempre meglio essere sicuri, una terza volta: clic.
Quel rumore secco, quasi ostile sveglia il pescatore mezzo addormentato, che si drizza pieno di sonno, cerca, pieno di sonno, il suo pacchetto di sigarette, ma prima di averlo trovato lo zelante turista gliene mette già un altro sotto il naso, gli ha infilato una sigaretta non proprio in bocca ma tra le dita, e un quarto clic, quello dell’accendino, conchiude quella sollecita cortesia. Quell’eccedenza quasi impercettibile, assolutamente indimostrabile di scattante cortesia ha provocato un irritato imbarazzo che il turista, il quale conosce la lingua locale, cerca di superare entrando in conversazione.
Oggi lei farà una buona pesca.
Il pescatore scuote la testa.
– Perché? Non uscirà al largo?
Il pescatore scuote la testa; crescente nervosismo del turista. Deve stargli proprio a cuore il bene di quell’uomo poveramente vestito, e certo lo tormenta il pensiero di quell’occasione perduta.
– Oh, lei non si sente bene?
Finalmente il pescatore passa dal linguaggio dei segni alla parola articolata. – Mi sento benone, – dice. – Non mi sono mai sentito meglio – . Si alza, si stira come per far vedere l’atleticità del suo fisico. – Mi sento una cannonata.
Il volto del turista assume un’espressione sempre più infelice, non può più reprimere la domanda che, per così dire, minaccia di fargli scoppiare il cuore: – Ma allora perché non esce al largo?
La risposta arriva subito, asciutta. – Perché l’ho già fatto stamattina.
- E’ stata una buona pesca?
- Talmente buona che non ho bisogno di uscire un’altra volta, ho preso quattro aragoste, quasi due dozzine di maccarelli…
Il pescatore, finalmente sveglio, ora si scioglie e dà qualche rassicurante pacca sulla spalla al turista. La sua faccia preoccupata gli sembra l’espressione di un’ansia magari fuori posto ma commovente.
– Ne ho persino abbastanza per domani e dopodomani, – dice per sollevare l’animo dello straniero. – Fuma una delle mie sigarette?
– Sì, grazie.
I due mettono in bocca le sigarette, un quinto clic, lo straniero si siede scotendo la testa sul bordo della barca, mette da parte l’apparecchio fotografico perché adesso gli servono tutte e due le mani per dare forza al suo discorso.
– Io non voglio immischiarmi nei suoi affari privati, – dice, – ma immagini di uscire al largo, oggi, una seconda, una terza, magari una quarta volta e di pescare tre, quattro, cinque, forse addirittura dieci dozzine di maccarelli… se lo immagini un po’.
Il pescatore annuisce.
– Faccia conto, – continua il turista, – che non solo oggi, ma domani, dopodomani, in ogni giorno favorevole lei esca al largo due, tre, magari quattro volte… Io sa che cosa succederebbe?
Il pescatore scuote la testa.
- In un anno al massimo lei potrebbe comprarsi un motore, entro due anni una seconda barca, fra tre o quattro anni lei potrebbe forse avere un piccolo cutter, con le due barche o il cutter lei naturalmente pescherebbe molto di più. Un bel giorno lei avrebbe due cutter, e allora… – L’entusiasmo gli strozza la voce per qualche istante. – Allora lei si costruirebbe una piccola cella frigorifera, magari un affumicatoio, più tardi una fabbrica di pesce in salamoia, andrebbe in giro nel suo elicottero personale, scoprirebbe dall’alto le schiere di pesci e lo comunicherebbe via radio ai suoi cutter. Potrebbe acquistare il diritto alla pesca del salmone, aprire un ristorante specializzato in pesce, esportare direttamente a Parigi, senza intermediari, le aragoste; e poi… – Ancora una volta l’entusiasmo impedisce allo straniero di parlare. Scotendo il capo, afflitto nel profondo del cuore, avendo già quasi perso il piacere delle vacanze, guarda le onde che avanzano dolcemente e dove è tutto un allegro guizzare di pesci non pescati.
- E poi, – dice, ma ancora una volta l’eccitazione lo rende muto.
Il pescatore gli batte sulla schiena come a un bambino a cui sia andato un boccone di traverso.
- Che cosa? – gli chiede sottovoce.
- E poi, – dice lo straniero con un entusiasmo estatico, – e poi lei potreb¬be starsene in santa pace qui nel porto, sonnecchiare al sole… e contemplare questo mare stupendo.
- Ma questo lo faccio già, – dice il pescatore, – me ne sto in santa pace qui nel porto e sonnecchio, è solo il suo clic che mi ha disturbato.
Il turista così ammaestrato se ne andò via pensoso, perché un tempo anche lui aveva creduto di lavorare per non dover più lavorare un giorno, e in lui non restava traccia di compassione per quel pescatore poveramente vestito, solo un poco d’invidia.  (Da: Il nano e la bambola. Racconti 1950 1970, Einaudi)

La mia esperienza di digiuno

2010 gennaio 13
by admin

L’intenzione è semplice: raccontare una storia. Alessandro Baldassarri, psicologo imolese di 36 anni, campione di boccette tanto da essere nel novero dei primi 16 d’Italia (i cosiddetti Master), ma anche esperto naturopata (omeopatia, fiori di Bach, cromologia), in novembre ha provato un’esperienza che si può definire veramente insolita. E’ stato 25 giorni a digiuno totale, bevendo solamente acqua.

«Sono capitato a una cena con degli amici, coi quali ho fatto a Milano la scuola di naturopatia e per caso, il segretario della scuola, aveva portato con sé un libro “Il digiuno può salvarvi la vita” del famoso medico americano Herbert Shelton. Io arrivavo da un periodo nel quale facevo sport e cercavo di mettermi in forma, così mi sono sentito stimolato. Ho iniziato a leggere il libro e ho preso la palla al balzo, iniziando praticamente subito, con l’obiettivo di fare solo 3 o 4 giorni per calare qualche chilo».

«Finendo il libro e approfondendo la conoscenza del digiuno ho preso sempre più forza nel proseguire, anche se, per la verità, ci sono stati momenti nei quali volevo abbandonare. Una sorta di attacchi mentali dove soprattutto mi mancava la compagnia degli amici nell’andare a mangiare una pizza. Infatti ho scoperto che per mè il mangiare è molto legato alla compagnia degli amici. La lotta è stata soprattutto questa, perché dopo tre giorni la dipendenza fisica non c’era quasi più».

Poi però ci hai quasi preso gusto…

Sostenere che il cibo è una dipendenza sembra un po’ grossa.

«Ma è una grande verità. In precedenza avevo provato altre diete e avevo constatato che ti cambiano la vita, non solo le abitudini alimentari. Il cibo è affettività, da neonati assumiamo il latte dal seno materno e viviamo il mangiare spesso come compensazione affettiva. Il messaggio di Shelton è chiaro: Poiché mangiando si attenuano i sintomi abituali (morsi allo stomaco, senso di debolezza e vari disturbi di carattere emotivo), la persona si convince che il cibo è proprio quello di cui ha bisogno. Spesso si tratta solo di una rivalsa alimentare: l’individuo spesso mangia per dimenticare le proprie miserie psicologiche alla stessa maniera in cui l’alcolizzato beve. Si resta legati e si mangiano certi cibi anche perché c’è una associazione emotiva a livello inconscio».

Supponiamo che si mangi anche per vivere.

«Non solo per quello, anzi, direi in percentuale minima. Mangiamo anche per darci piacere, soprattutto nella nostra cultura, dove si tende ad esagerare. In ogni caso il digiuno è il metodo più efficace per purificarsi dalle tossine e i residui alimentari, è curativo

( depurativo)».

Che cos’è esattamente il digiuno?

«E’ l’astenersi dal cibo, bevendo solo acqua, ovviamente senza fumare o prendere medicinali. Come spiega Shelton, è anche riposo. In pratica ho messo in ferie i miei organi interni: l’apparato digerente, il fegato, l’intestino, i reni, il cuore, la muscolatura. E’ chiaro però che bisogna tenere una condotta intelligente che non tutti si possono permettere. Occorre astenersi da attività fisiche ed emotive molto intense: infatti il digiuno idealmente andrebbe fatto in campagna, in una stagione che permetta bagni di sole, magari assieme a persone che ti sostengano e non che ti immettano dubbi e paure».

Insomma il digiuno non è per tutti.

«Non va mai fatto se non si è psicologicamente preparati, se si nutrono delle paure. E’ un percorso anche a livello interiore, predispone a riflessioni e cambiamenti. E’ anche pulizia, perché le tossine se ne vanno e in quel periodo mi è venuto forte il desiderio di pulire casa, gettando via le cose vecchie ed inutili proprio come stava facendo il mio corpo. Sembra una banale coincidenza ma in psicologia, l’associazione è netta… la casa rappresenta te stesso».

Racconta un po’ com’è andata.

«Non ero completamente sprovvisto perché in passato avevo già fatto qualche digiuno di pochi giorni. Diciamo che la prima giornata è passata senza che neppure ci facessi caso: un po’ di borborigmi, ma sono andato a letto senza farci caso. Mi mancava soprattutto lo sport, la mia vita abituale. Dal quarto giorno cambia qualcosa, i succhi gastrici si acquietano e ci si sente molto tranquilli anche se brevi momenti nei quali si vorrebbe abbandonare si presentano sempre. Nel mio caso circa fino al 14° giorno. Ma tutte le volte che si decide di continuare, in un certo qual modo ci si rinforza, perché si è consapevoli di dare al proprio corpo l’occasione per disintossicarsi ed è l’obbiettivo del digiuno».

Tu inoltre avevi una base di partenza favorevole.

«Chi è molto intossicato può avere fino a nausea e vomito, io ho avuto solo qualche mal di testa. Ma anche qui Shelton parla chiaro, c’è un acuirsi dei problemi che uno ha abitualmente, soprattutto nella prima settimana. E’ chiaro che io non fumo, non bevo, non assumo medicinali da 15 anni, avevo meno tossine da espellere rispetto a una persona diciamo media».

Siamo arrivati ai 15 giorni. Com’è stato l’ultimo periodo?

«Alla fine sono arrivato a 25 giorni, ma ero entrato appieno nella condizione che era diventata per me di quasi normalità. Mi alzavo la mattina e sapevo che non mangiavo, bevevo acqua quando avevo sete ed ero estremamente tranquillo».

Quando hai capito che era ora di ricominciare a mangiare?

«Diciamo che al 25° giorno ero un stanco, ma soprattutto appagato, mi sembrava di avere finito un lavoro. In più la sera dell’ultimo giorno mi è sembrato di avvertire una fame insolita, che non avevo più da tempo e che soprattutto era persistente, (credo la fame vera ,biologica di richiesta dell’organismo di sostanze nutritive, di cui parla Shelton) e non durava i soliti dieci minuti, ma persisteva, per cui ho deciso di rompere il digiuno, come è giusto fare».

Non avrai mangiato una fiorentina…

Questo è importante dirlo«La ripresa è il momento più delicato, dove ci possono essere i veri rischi, perché il digiuno praticamente non ne ha,( se fatto sotto controllo medico e nelle giuste condizioni). Non bisogna confondersi però con lo stato di denutrizione in cui si arriva dopo lunghissimo tempo in cui non si mangia, dove le scorte dell’organismo sono davvero terminate e si ha “vera fame” alla quale non si può dare soddisfazione per contingenze avverse e questo è veramente molto pericoloso e non dovrebbe capitare mai. Nel digiuno appena si avverte il senso di “vera fame” bisogna riprendere a mangiare. Giustamente lo chiede l’organismo, il quale non si sbaglia mai. Nella ripresa gli alimenti iniziali sono fondamentali sia per qualità che per quantità, se sbagliati (ed è successo) si possono rovinare tutti i benefici ottenuti e si possono provocare danni seri. Io ho mangiato un brodo caldo vegetale e due mandarini, per due volte nel giro di un paio d’ore».

E per ricominciare a mangiare regolarmente?

«Per circa 5 giorni ho proseguito a questi ritmi, aggiungendo arance, un po’ di verdura fresca, un incremento molto graduale. Al sesto giorno ho aggiunto il pane, masticandolo però a lungo. Diciamo che i dieci giorni di ripresa vanno intesi come una prosecuzione del percorso, come un digiuno leggermente diverso, tutte cose che vanno messe in preventivo».

E ora puoi fare un bilancio.

«Posso dire che è come la preparazione atletica per uno sportivo. Durante la fatica All’inizio ci si sente imballati ovvero si sentono gli effetti della disintossicazione poi alla fine del digiuno si sentono i benefici. Che sono tanti e inaspettati. Ci si sente leggeri, vitali e in forma… pieni di energia».

Si può dire che è una cosa che in pochi possono affrontare?

«Devo ammettere che è così, se uno fa un lavoro fisico non può neanche immaginarsi di fare 25 giorni di digiuno, è impossibile. Io ho la fortuna di fare un lavoro sedentario e in proprio e questo aiuta. Comunque ho rallentato le mie abituali attività anche se non del tutto. Se proprio uno vuole provare, penso si debba accontentare di un giorno o due, anche solo 8 ore, magari nel week-end, in condizioni ideali come spiegavo all’inizio: è come prendersi del tempo o un giorno per se stessi. Occorre una auto-ascolto, anche perché il digiuno è diverso a seconda delle persone: c’è chi beve, chi fuma, chi ha problemi fisici, chi lo fa a fini sportivi, curativi o di perdita di peso, insomma va calibrato sul soggetto e le condizioni in cui si trova in quel momento. E, cosa fondamentale, deve esserne fatta inteso come una pratica piacevole, non vissuta come una punizione da infliggersi. Ci si sta liberando dalle scorie, dalle tossine ( che sono anche memorie affettive, traumi) che appesantiscono il corpo e la mente. Si ritornerà cambiati, rinnovati, ringiovaniti nell’aspetto. Liberi da certe situazioni psicologiche che affliggono ( come metaforicamente i chili di troppo. Questo è il vero senso… e segreto del digiuno».

Diciamo che tu eri pronto per farlo, oltre ad avere le condizioni quasi ideali per potertelo permettere.

«Ogni ora ero pronto a smettere se lo avessi ritenuto giusto, se fosse diventato troppo pesante, come ho già detto lo proseguivo un giorno alla volta in libertà senza pormi obiettivi rigidi. nessuno mi puntava una pistola alla tempia. Poi ritengo di avere una preparazione culturale adeguata e un po’di esperienza, lo posso affermare perché come ho detto, da giovane avevo provato a fare digiuni di 3-4 giorni, ma non ero mentalmente pronto, come lo sono stato questa volta».

Quanto sei calato di peso?

«Sono partito che ero circa 81 chili, la mattina del 25° giorno ero 69 chili. Ma ci si svuota anche di liquidi, perché al contrario di quello che si può pensare, si beve pure meno rispetto a chi mangia regolarmente. Nei primi 9 giorni ho perso 7 chili, gli altri 5 li ho persi negli ultimi 16 giorni. Alla fine non si cala quasi più».

Supponiamo siano diminuite anche le funzioni intestinali.

«Sono andato in bagno il primo giorno, il sesto e poi più fino alla fine. Alla ripresa ho impiegato un paio di giorni per riprendere, diciamo così, un’attività regolare».

Lo abbiamo chiesto anche ad un medico, ma tu non pensi che un digiuno simile possa comportare dei rischi?

«No, perchè fatto con criterio. Il digiuno bisogna dirlo non è pericoloso. Anzi, è un male non farlo mai (ma non di 25 giorni ovviamente). Come d’altronde non saltare mai un pasto, perché le tossine permangono nel corpo e creano a lungo andare irritazioni ed infiammazioni (che a pensarci bene sono tutte le malattie comuni), che in altro modo non è possibile eliminare completamente e tantomeno con medicine (che pure sono un po’ tossiche e inoltre comportano effetti indesiderati). Infatti la tossiemia (il grado di intossicazione del corpo) è il terreno su cui si sviluppano. Come addirittura dice Shelton il digiuno può salvarvi la vita e guarire dalle malattie (come vengono definite dalla medicina tradizionale) ma sono semplicemente carichi tossinici sul piano del corpo o se permettete (intervengo con la psicologia) pensieri negativi su voi stessi, sul piano della mente-emozionale. Con il digiuno (fatto accuratamente sotto controllo medico) la tossiemia è possibile rimuoverla completamente. Leggendo il libro lo si comprende chiaramente.

Più che altro gli aggravamenti dei disturbi che si tengono a bada a livello latente con l’alimentazione. Col bere, il fumo e il cibo in un certo qual modo si compensano le debolezze emotive, anche i difetti caratteriali, scegliamo anche i cibi in questa ottica, dolci, ricette molto elaborate. La nostra società non ci regala molto, spendiamo tempo ed energie mentali per mettere insieme una commedia e alla fine viviamo lontani da noi stessi per la maggior parte del tempo».

Magari servirebbe anche un controllo medico.

«Certo, va ribadito è assolutamente necessario, anche per sedare certe paure ed essere sotto controllo. Personalmente avevo la supervisione del mio medico personale, il milanese Carlo Alberto Vigo, uno che ha un’esperienza trentennale sul digiuno, anche su se stesso, visto che lo pratica 21 giorni tutte le primavere. In ogni caso, come ho già accennato, da 15 anni non assumo medicinali, visto che mi sono servito solo di omeopatia, fiori di Bach, cromologia, fitoterapia cinese, meditazione, insomma pratiche che sono alternative e ben diverse dalla medicina tradizionale».

Qual è stata la reazione dei tuoi amici e dei tuoi parenti per questa tua scelta?

«Arrivavo al bar beato e tranquillo e qualcuno iniziava a dirmi che sarei morto di fame, altri mi chiedevano se volevo mangiare. Era buffo, in pratica ho scoperto le paure degli altri nei confronti del cibo e la sua mancanza. A volte mi sono sentito anche infastidito dalla continuità di questi consigli che arrivavano da persone che non sapevano cosa fosse in verità un digiuno. Ma soprattutto è emersa una atmosfera di attenzione e preoccupazione vera per la mia persona al di là delle parole. E questo fa molto piacere. Quelle poche persone che si sono permesse di esprimere un giudizio non positivo su quello che stavo facendo secondo me si sono sbagliate e lo sanno pure loro se ci riflettono sopra, perché non è possibile per nessuno giudicare saggiamente le cose che non si conoscono. Comunque è un fatto comprensibile e da accettare. In famiglia invece ho detto una piccola bugia, solo per partire… e permettere all’idea del digiuno di radicarsi. Poi naturalmente li ho informati e sono stati abbastanza tranquilli tutto il periodo.

Cosa pensi che direbbe un medico tradizionale di questa tua esperienza?

«Dipende tutto dalla preparazione che tale medico ha sul campo specifico. Non tutti saranno uguali, suppongo. Non voglio passare per un fanatico, perché se dovessi avere un problema estremo, mi farei ricoverare in ospedale senza problemi, però ho anche maturato l’idea che moltissimi disturbi possono essere affrontati in maniera alternativa. Io lo faccio abitualmente sulla mia persona, quella dei miei famigliari e amici e per lavoro con i pazienti che me lo richiedono».

Da ripetere?

«Non subito, ma credo di sì, migliorandone le condizioni, magari in compagnia. Vedrò… ».

Chiudiamo qui. A digiuno completato, cosa ti resta?

«A percorso ultimato mi sento cambiato e credo che il mio livello di vita abbia fatto un salto di qualità. A livello fisico perché mi sento più leggero, sciolto e vitale e con una lucidità mentale maggiore. A livello personale ho più controllo su me stesso e sul peso e do meno importanza al cibo in generale, lo uso meno per darmi gratificazione. Sono più consapevole dei meccanismi che mi portano verso certi cibi. Infine c’è la parte più importante, il cambiamento interiore. Sui ritmi giusti da darsi, su chi si è veramente e su cosa si vuole davvero nella vita. In altre parole si fa chiarezza ( e pulizia) su tutta la propria vita e questo direi è importantissimo ».